CHIUSA PER LAVORI DI RISTRUTTURAZIONE
Domenica e festivi ore 11.00
Nella festa del Ss. Nome di Maria il 12 settembre
Sante Messe ore 08.30, 09.30, 10.30 e 18.30.
“Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”.
Naturalmente, tutti conosciamo queste parole. Per esempio, nell'Eucaristia ci rivolgiamo all'"Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo" cinque volte: una volta nell'inno Gloria a Dio e quattro volte prima della Comunione.
Ma anche le parole sante possono diventare cliché. Tutti le usano, ma quasi nessuno sa più dire cosa significhino.
Tuttavia, le parole che non capiamo più (o che non capiamo ancora!) mantengono pazientemente il loro segreto finché non ci apriamo di nuovo a loro.
L’agnello di Dio. Sulle labbra del Battista forse c’è un rimando all’agnello simbolico caro a quella letteratura popolare nota come “apocalittica”.
Il simbolo, però, rimanda spontaneamente anche all’agnello pasquale.
Una terza allusione è, però, ancor più rilevante: del Servo sofferente messianico, cantato dal profeta Isaia, si dice che «era come agnello condotto al macello» (53,7). Tra l’altro, poiché Giovanni Battista parlava in aramaico, come Gesù, avrà usato il vocabolo, talya’, che significa sia “servo” sia “agnello”.
Con questa interpretazione che collega l’agnello al Servo del Signore possiamo spiegare la seconda locuzione, colui che toglie. Del Servo messianico, infatti, si diceva che «si era addossato i nostri dolori... portava il peccato di molti» (Isaia 53,4.12).
Il verbo ebraico usato, nasa’, indica sia “portare” sia “togliere”. I due significati sono in pratica omogenei: il Messia, e quindi Cristo, si addossa su di sé il male dell’umanità per cancellarlo, lo porta per toglierlo via.
Servo-agnello, che toglie il peccato del mondo. Al singolare.
Non i peccati, ma piuttosto la loro matrice e radice, la linfa vitale, il grembo che partorisce azioni che sono il contrario della vita, quel pensiero strisciante che si insinua dovunque, per cui mi importa solo di me, e non mi toccano le lacrime o la gioia contagiosa degli altri, non mi importano, non esistono, non ci sono, non li vedo.
Ecco, le parole che non capiamo più (o che non capiamo ancora!) mantengono pazientemente il loro segreto finché non ci apriamo di nuovo a loro.
(G. Ravasi)