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Nella festa del Ss. Nome di Maria il 12 settembre
Sante Messe ore 08.30, 09.30, 10.30 e 18.30.
L’origine storica della festa del Corpus Domini risale al 1247, in Belgio, per contrastare le conseguenze della tesi di vescovo Berengario di Tours, che, nel 1047, aveva affermato essere la presenza di Cristo nell’Eucaristia solo simbolica e non reale.
La questione, però, rivela un diverso modo di considerare l’Eucaristia.
Difatti, prima del XI secolo, l’attenzione era rivolta non tanto sul fatto dell’Eucaristia in sé stessa, quanto di essere offerta per nutrire e santificare l’uomo. Si riconosceva il fine dell’Eucaristia, ossia la presenza reale del Corpo e del Sangue di Cristo, solo indirettamente attraverso gli effetti santificanti nell’uomo che si comunicava.
A partire dal XI secolo, invece, l’attenzione si concentra principalmente sul realismo eucaristico, per cui la presenza reale di Cristo diviene il fine principale. Il sacramento è soltanto la consacrazione, mentre la comunione diventa “uso del sacramento”
Il Papa Urbano IV, l’11 agosto 1264, estese la festa del Corpus Domini alla Chiesa universale con la bolla Transiturus de hoc mundo: (“Quando stava per passare da questo mondo”).
E’ utile notare che la festa del Corpus Domini nasce per contrastare questa tendenza, e rimettere al centro, almeno una volta l’anno, la comunione come verità originaria del sacramento.
Questo è un punto che, storicamente, abbiamo trascurato, anche se nel Concilio di Trento ci fu l’idea di recuperare con forza questo momento conviviale come verità dell’eucaristia.
Certo, se si legge oggi il testo della Bolla “Transiturus” di Urbano IV dell’11 agosto 1264, (che estese la festa del Corpus Domini alla Chiesa universale) si nota con grande sorpresa che al centro sta un desiderio di “riparare” alla grave ingiustizia per cui, nella settimana santa, il giorno dedicato alla comunione (ossia il giovedì santo) era allora occupato da molte incombenze penitenziali, ma non dalla comunione ecclesiale al pane e al calice.
Eppure, nonostante questo, anche una festa, nata per riscoprire la comunione, è stata piegata, fin dall’inizio, ad una festa dell'adorazione.
Eppure al centro della festa del Corpus Domini stava la comunione. Tutto il popolo diventava Corpo di Cristo. In un certo senso è come se, nel cuore del Medioevo, S. Agostino continuasse a dire ciò che aveva affermato in una famosa omelia di Pentecoste:
Estote quod videtis, accipite quod estis, siate quel che vedete, ricevete quel che siete.
In coerenza con questa tradizione dovremmo essere in grado di identificare il vero rito dell'eucaristia: dopo la preghiera (di cui fa parte la memoria delle parole del Signore nell’ultima cena) il rito è la comunione, che Ambrogio chiamava “consecratio”. Quella che chiamiamo consacrazione è preghiera, mentre la comunione è consacrazione, passaggio dal corpo sacramentale al corpo ecclesiale.
Diceva J. Ratzinger (futuro Benedetto XVI) che se il Signore lega la sua presenza alla figura del pane, il senso di un simile procedimento è assolutamente chiaro: anche questo pane santo in primo luogo non è fatto per essere guardato, ma per essere mangiato. Vuol dire che Egli è restato non per essere adorato, ma soprattutto per essere ricevuto.
Ancor più dei tabernacoli di pietra, a lui interessano i tabernacoli viventi, gli interessa avere uomini che siano colmi del suo Spirito e che siano pronti a rendere presente lo Spirito e la realtà di Gesù Cristo in questo mondo.
Per sua natura, l’Eucaristia c’è per essere ricevuta, essa è un’esortazione a farci impregnare e colmare dallo Spirito di Cristo, per erigere così i tabernacoli di Dio lì dove sono veramente necessari: in mezzo al mondo in cui viviamo, in mezzo agli uomini che sono intorno a noi.
Per questo il tavolo dell’altare, la mensa, è superiore al tabernacolo, perché Cristo fa appello a noi a essere suoi tabernacoli in questo mondo, ad avere il coraggio del suo Spirito, dello Spirito di verità, di rettitudine, di giustizia e di bontà.