CHIUSA PER LAVORI DI RISTRUTTURAZIONE
Domenica e festivi ore 11.00
Nella festa del Ss. Nome di Maria il 12 settembre
Sante Messe ore 08.30, 09.30, 10.30 e 18.30.
Il racconto pasquale come è riferito dal Vangelo di Giovanni inizia e termina con due affermazioni, l’esclamazione di Pilato: «Ecco l’uomo», e quella di Tommaso: «Mio Signore e mio Dio». Entrambe si riferiscono a Gesù, entrambi i protagonisti guardano alle sue ferite – uno parla della sua umanità, l’altro della sua divinità. Si potrebbe dire che le due esclamazioni sono due diverse interpretazioni delle ferite di Gesù. Le sue ferite – in misura maggiore forse di ogni altra cosa, e forse solo esse – rivelano il legame tra l’umano e il divino che Gesù di Nazaret rappresenta. Ma ciò che sta in mezzo ad esse è il “mistero pasquale”: la morte e la risurrezione di Gesù.
L’esclamazione di Pilato «Ecco l’uomo», accompagnata dal gesto che indica un uomo trasformato in un ammasso di carne sanguinante dalla brutale flagellazione, è lo stesso uomo che era stato condotto quella mattina davanti alla corte del governatore come un pretendente al trono regale? È ancora un essere umano?
L’uomo coperto di ferite esprime una profonda verità circa la creatura umana e il suo destino. L’uomo è niente – questa è la verità del Venerdì Santo, senza la quale non c’è il mattino di Pasqua. Che cosa sappiamo dell’uomo finché evitiamo di guardare senza illusioni ai limiti assoluti del suo destino, se non indaghiamo le profondità e distogliamo la sguardo dall’abisso?
Se Gesù è la parola di Dio per noi, la parola che ha assunto l’umanità nella sua interezza, allora la sua umanità abbraccia non solo la grandezza e la perfezione dell’uomo come immagine ancora incontaminata di Dio (egli il nuovo Adamo, Adamo ancora indenne dalla caduta), ma anche la sua antitesi, l’aspetto oscuro, sfregiato, della sorte umana – la destituzione e lo squallore da cui preferiamo distogliere lo sguardo, le nostre orecchie e i nostri cuori.
Al termine del racconto pasquale di Giovanni, le ferite di Gesù sono nuovamente mostrate e l’apostolo che prima era lacerato dal dubbio esclama: «Mio Signore e mio Dio».
La Pasqua è un esodo – il passaggio da una visione delle ferite di Gesù ad un’altra, un passaggio dall’“Ecce Homo” all’“Ecce Deus”! Ciò che la Chiesa tradizionalmente esprime con il linguaggio metafisico, delle “due nature”, noi lo possiamo definire “due modi di interpretare le ferite di Gesù”. Le ferite di Gesù considerate da due punti di vista suscitano due reazioni, espresse in due parole – “uomo” e “Dio”. E queste parole che indicano qualcosa di così radicalmente distinto (ma ovviamente profondamente unito) si possono riferire alla stessa persona.
Né Pilato né Tommaso fanno delle dichiarazioni teologiche sulle “nature” di Gesù. Sono dichiarazioni che esprimono un’improvvisa emozione o emozioni accompagnate dall’esperienza dell’incontro.
L’esclamazione di Tommaso è in genere intesa come l’espressione di stupore e di gioia da parte di un uomo i cui sensi l’hanno convinto della realtà fisica della crocifissione. Come ho lasciato intravedere, forse potrebbe esserci qualcosa di più.
La gioia di Tommaso, la sua “seconda conversione” è stata suscitata da qualcosa che sembra averlo colpito più degli altri apostoli: l’unità in Cristo – l’unicità di Gesù crocifisso e risorto. Le ferite di Gesù ne erano la prova.
Tommaso, vedendo le ferite di Gesù, può fare l’esperienza del compimento delle sue parole: «Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14,9). Egli vede Dio in Gesù e lo vede attraverso l’abisso delle sue ferite.
Si racconta che a san Martino apparve Satana in persona nelle sembianze di Cristo. Il santo tuttavia non fu tratto in inganno. Gli chiese: «Dove sono le tue ferite?».
Io non credo in “fedi senza ferite”, in una Chiesa senza ferite, in un Dio senza ferite. Solo il Dio ferito attraverso la nostra fede ferita potrebbe guarire il nostro mondo ferito.
(Tomáš Halík)